Foto de Il Giunco, incontro del M5S con cittadini del Casalone, 15 settembre 2015

Nell’area sottoposta a bonifica in zona Casalone (GR) trovarono a fine anni ’90 una “discarica”.

Il Consorzio Cooperative ACLI che lì voleva costruire fece indagini e scoprì varie tipologie di rifiuti e materiali inerti lasciati in quel posto dove un tempo, fino agli anni sessanta, c’era una cava attiva. In pratica finita l’attività estrattiva il sito è stato colmato e, dopo l’alluvione del 1966, sono stati interrati rifiuti di vario genere (carcasse animali, inerti, mobilia). Per questo il 28 gennaio 1999 il Consorzio ha formalmente avviato l’iter di bonifica per un’area di circa 22.000 mq.

Questo spazio è finito in un Accordo di Programma tra Regione Toscana, Comune di Grosseto e Consorzio Cooperative ACLI. Siamo nel 1994 e quel documento pieno di buoni intenti prevedeva la realizzazione di una quota di alloggi di edilizia residenziale da assegnare alle forze dell’ordine impegnate nella lotta alla criminalità organizzata; la realizzazione di una quota di alloggi da destinare ad edilizia residenziale pubblica e privata; la realizzazione di una scuola ecc.

Il Consorzio Cooperative A.C.L.I. si impegnò a presentare il Progetto di Messa in sicurezza, e lo fece nel settembre del 2002. La Provincia lo approvò con alcune prescrizioni e qualche garanzia finanziaria.

Le prescrizioni in particolare specificavano “che il recupero e/o ripristino ambientale” avvenisse “attraverso idoneo inserimento nell’area di lottizzazione” dopo un’estrazione di percolato per almeno 5 anni, monitoraggio post opera delle acque del Fosso Martello e dei pozzi esterni all’area. Il tutto garantendo il “perfetto isolamento dei materiali inquinanti” e doveva essere evitata ogni forma di diffusione area degli inquinanti.

L’IMPIANTO MAI REALIZZATO
Durante la realizzazione dell’opera il Consorzio Cooperative ACLI, viste le caratteristiche del percolato di questa discarica, propose una variante per l’impianto di trattamento e chiese altri 940 giorni per finire il tutto, trattare e smaltire il percolato, e chiudere la questione. La Conferenza dei Servizi responsabile pubblico di dare l’ok, lo dette, con qualche prescrizione. E da quel 29 novembre 2005 doveva scattare il conto alla rovescia.

Peccato che quell’impianto di depurazione non è mai stato realizzato, né autorizzato, ufficialmente perché il soggetto obbligato non avrebbe prodotto la necessaria documentazione di Legge (integrazioni finalizzate al soddisfacimento delle prescrizioni e polizza fidejussoria).

Stallo per sette anni, poi nel marzo 2012 sono stati effettuati i campionamenti e le rispettive analisi sui tre piezometri perimetrali al sito. Il percolato è sempre lì, va tolto. Allora spunta la nuova soluzione di bonifica di quelli che sono stimati come 50mila m3 di liquami: non più il depuratore, ma emungimento e trattamento del percolato applicando approcci metodologici basati su processi di phytoremediation. Questa tecnica è in grado di simulare un processo Pump&Treat, consentendo di aspirare e trattare il refluo con l’utilizzo di specie arboree selezionate la cui efficacia è stata testata con impieghi in siti che presentano le medesime problematiche ambientali.

Col piccolo problema che stiamo parlando di un’area un’area residenziale già insediata.

ALTRI 4 ANNI PER PARTIRE
Ecco arrivare così al 18 aprile 2013: la Conferenza dei Servizi dà l’ok alla phytoremediation, ancora una volta con prescrizioni. Siccome le prescrizioni sono state ottemperate solo a marzo 2017, il disco verde a sperimentare la phytoremediation.

Mi risulterebbe che l’amministrazione comunale di Grosseto non sia in possesso dei risultati della campagna di monitoraggio fatte a giugno 2017, dopo la messa a dimora delle specie arboree che devono ripulire il percolato. Inoltre sempre questa amministrazione, in risposta ad una interrogazione dei nostri portavoce M5S, ha scritto che “per quanto attiene la destinazione d’uso dell’area, la stessa sarà attribuita dall’Autorità Competente (Regione Toscana) al termine delle operazioni di MISP e verificata la qualità ambientale del sito, impartendo, qualora necessarie, prescrizioni sull’utilizzazione del sito e/o limitazioni”.

A questo punto ho dovuto interrogare io la giunta regionale per strigare la questione: gli enti regionali, ARPAT su tutti, hanno verificato l’assenza di materiali pericolosi e/o tossici in aggiunta agli inerti o organici nell’area da bonificare Zona Casalone?

E visto che ci interessa vedere realizzato quanto promesso: è stato garantito l’utilizzo, anche parziale, di un’area verde comunale da adibire a varie fattispecie (giochi bimbi, sgambo cani, picnic) che attualmente viene decespugliata molto raramente?