OGNI TRE NUOVI ALLOGGI, DUE VENDITE DEI VECCHI. PD PUNTA A SVENDITA SENZA RISOLVERE DRAMMA 97% FAMIGLIE

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Disagio_Abitativo

Il Movimento 5 Stelle è unica forza in Consiglio regionale a presentare una proposta sulle politiche abitative alternativa al Partito Democratico. Domani il voto in aula.

Per l’ennesima volta chi crea i problemi si dimostra incapace di risolverli. Il PD punta su alienazioni e riduzione degli organismi di governo, ma qui serve un approccio nuovo fondato su basi scientifiche. La governance non si può improvvisare e calare dall’alto come fa il PD, ma deve nascere da un tavolo tecnico con tutti gli attori coinvolti sulle politiche per la casa: Comuni, società di gestione, università, Osservatorio politiche abitative, associazioni inquilini e altri coinvolti. Appurate le necessità si procede ad una valutazione delle azioni risolutive, altrimenti rivedere la governance è uno specchietto per le allodole. Qui mancano alloggi e risorse, giusto quei problemi che il PD omette di affrontare in modo serio. La Regione ci ascolti e preveda almeno 17 milioni l’anno per dieci anni sulle politiche abitative come restituzione del maltolto nel 2012 per sopperire al buco TPL.

Chiediamo di introdurre un principio semplice: prima di vendere il patrimonio esistente è necessario realizzare il nuovo, con criterio 2/3. Quando realizzi tre nuovi alloggi, puoi venderne due vecchi. Altrimenti qui si svende il patrimonio mentre è proprio quel che manca, quando il 97% delle famiglie bisognose e richiedenti continuano a restare senza casa.

Oltre alla proposta 2/3 e al tavolo tecnico, chiediamo alla Regione di prevedere contratti tipo per omogeneizzare gli standard tra le aziende ERP. Si conceda a Comuni e queste ultime una percentuale delle entrate derivanti da canoni e alienazioni che possono trattenere per garantire quella manutenzione ordinaria e straordinaria che è doverosa quando l’80% degli immobili ha più di 40 anni.

Chiediamo poi di evitare l’incredibile scivolone del Partito Democratico a danno dei cittadini che vivono o provengono da paesi dove esiste il catasto. Infatti il PD ha previsto di inserire come barriera per la richiesta della casa popolare l’eventuale possidenza di beni immobili ubicati in Italia o all’estero (valutati più di 25mila euro). Così la famiglia proveniente da un paese dove non esiste il catasto potrà passare avanti a quella che magari è in disagio abitativo ma si ritrova in lascito dal nonno defunto un rudere in montagna.

Infine vogliamo fermare l’assurdo cortocircuito del canone sociale, ovvero il contributo minimo chiesto a chi vive in casa popolare in condizione di povertà assoluta. In passato era pari a 12,50 euro ma il Partito Democratico lo elevò a 40 euro sostenendo che le spese di gestione erano superiori a quel canone minimo, quindi in soldoni che per realizzare e spedire il bollettino spendevano più di quei 12,50 euro. Appurato che questa fascia di inquilini è quella dove si registra la maggiore evasione, perché queste persone se prima non riuscivano a pagare 12 euro oggi ancor meno possono pagarne quattro volte tanto, proponiamo di usare logica e buon senso: azzeriamo il canone sociale. Almeno fino all’introduzione del reddito di cittadinanza.

ANDREA QUARTINI